Pagliaccio

Canio: il teatro e la vita non son la stessa cosa.


I Pagliacci, ovvero: dove sta il confine tra la realtà e la finzione? Cosa divide la vita in costume dell’artista da quella vissuta lontano dal palcoscenico? Canio-Pagliaccio è un ruolo perfetto per raccontare questa frontiera. Lo canto con passione perché è la sua passione che lo getta nel dubbio, la sua gelosia gli mostra che un confine c’è: che non si può essere Pagliacci a tutti i costi. Canio è un attore: finge per mestiere. Ogni sera la sua commedia deve andare in scena. Anche la sera, avvelenata, in cui scopre che Nedda, sua moglie e sua compagna nella finzione, lo tradisce:


Sei tu forse un uom? Tu se’ Pagliaccio! Vesti la giubba e la faccia infarina. La gente paga e rider vuole qua. E se Arlecchin t’invola Colombina, ridi, Pagliaccio… e ognun applaudirà tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto; in una smorfia il singhiozzo e ‘l dolor… Ridi, Pagliaccio, sul tuo amore infranto! Ridi del duol che t’avvelena il cor!


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Cantare tutto questo è molto impegnativo. Nella voce devono vivere sfumature esistenziali, gli scarti dell’animo di Canio: sul palco, mentre l’orchestra suona, mi ritrovo nella parte di un attore che scopre che la sua arte ne ha tradito l’umanità. La commedia sembra andar in scena, come sempre. Ma battuta dopo battuta la verità emerge, Canio è furente: non è a Colombina che parla, ma a Nedda. Il finto tradimento da ridere lascia il posto, al vero, tremendo. E domanda di essere vendicato. La vita rivendica i suoi diritti sul teatro, Canio i suoi contro quelli di Pagliaccio:


No! Pagliaccio non son! Se il viso è pallido, è di vergogna, e smania di vendetta! L’uom riprende i suoi dritti, e ‘l cor che sanguina vuol sangue a lavar l’onta, o maledetta! No, Pagliaccio non son! Son quei che stolido ti raccolse orfanella in su la via quasi morta di fame, e un nome offriati, ed un amor ch’era febbre e follia!

L’offesa è lavata col sangue. La commedia, allora, è davvero finita.